La potatura 2


Per potatura s’intende l’eliminazione di parte di rami legnosi o erbacei di una pianta, per l’ottenimento di determinati obiettivi, che vedremo in seguito.

 

Le piante non sono nate per essere potate.

La potatura è sempre un trauma per il vegetale. Ogni intervento cesorio deve essere giustificato, oculato e appropriato alla specie, alla varietà, all’età, al momento e, appunto, all’obbiettivo da raggiungere. In un ecosistema naturale, come in una foresta vergine, le piante si sviluppano e si riproducono senza la necessità di essere potate, avendo a disposizione un ambiente in cui si sono evolute e adattate nel corso di millenni, nell’intento di migliorare tutte quelle funzioni che ne garantiscono la sopravvivenza della specie. Altrettanto non si può dire invece in ambiente antropizzato.

Qui le piante si trovano il più delle volte a vivere in condizioni ambientali non ottimali. Contemporaneamente è a esse richiesto di svolgere funzioni e possedere requisiti, in molti casi in contrasto con le caratteristiche e le esigenze della specie a cui appartengono e la quantità e qualità dello spazio disponibile. Ecco allora che può essere necessario intervenire: per ridimensionare la chioma, per risanare ferite o traumi, per togliere il seccume, per scongiurare il pericolo di schianti. Ma il più delle volte si assiste ad interventi del tutto ingiustificati, inopportuni, mal eseguiti e sconvolgenti per le piante.

Spesso quindi diviene necessario intervenire con la potatura proprio in seguito all’errata progettazione o alla cattiva gestione, nel tentativo di rimediare ai danni o solamente di far sopravvivere per quanto possibile la pianta, pur privilegiando l’incolumità di cittadini e strutture.

 

principali operazioni di potatura,

tipi di potatura e scopi.

 

La potatura di allevamento consiste in operazioni che si eseguono in vivaio allo scopo di formare le piante. A questo proposito si possono distinguere piante allevate a forme naturali, secondo le caratteristiche della specie, e piante allevate in forme obbligate (es.: piante topiate). Fanno parte di queste operazioni anche la eliminazione di polloni, di rami male inseriti o “codominanti” (cioè rami paralleli e in concorrenza tra loro), doppie punte (nel caso, ad esempio, di conifere), succhioni, parti malate o danneggiate.

 

La potatura di trapianto viene praticata alla messa a dimora della pianta con l’intento di equilibrare la parte aerea con l’apparato radicale. La chioma viene cioè proporzionata alle radici per assicurare un migliore attecchimento (cercando di limitare le perdite di acqua per traspirazione alla effettiva capacità di assorbimento dell’apparato radicale). E’ normalmente praticata su piante cosiddette “a radice nuda”, ma anche su piante con zolla, soprattutto se l’età e le dimensioni la rendono opportuna.  La riduzione della chioma non dovrà tuttavia essere drastica, ma possibilmente contenuta entro il 30%.

 

Con la potatura di produzione si vuole stimolare o regolare la formazione di fiori o di frutti. A tale scopo si deve intervenire in epoche diverse, a seconda che la specie sia a fioritura primaverile, cioè avvenga entro maggio-giugno, o estiva (da giugno in poi). Le prime, infatti, fioriscono sul legno dell’anno precedente. Non vanno potate a riposo vegetativo (in inverno, come molte specie spoglianti), per non asportare le gemme a fiore, ma solamente dopo che hanno fiorito, durante la stagione vegetativa. Le specie a fioritura estiva (e autunnale), che fioriscono sul legno prodotto nello stesso anno, si potano in inverno, (meglio se verso la fine). Essendo questa la stagione di riposo vegetativo per le specie spoglianti, risulta essere la più adatta, perché meno traumatico si rivela l’intervento cesorio. E’ bene ricordare che per queste specie, i momenti meno indicati per la potatura sono la fase di emissione delle foglie, in cui l’albero eroga grandi energie e quindi è più vulnerabile nei processi difensivi), e la caduta delle foglie autunnale, in cui la sporulazione di molte crittogame è elevata.

Le potature di mantenimento consistono in interventi, di solito frequenti, nell’intento di conservare le forme obbligate (alberi e arbusti topiati, come è, ad esempio, nella tradizione giardinistica italiana delle epoche passate).

Infine, con potatura di riforma, di ringiovanimento, di risanamento o di rimonda, s’intendono interventi che dovrebbero considerarsi straordinari, in quanto eseguiti su individui o eccessivamente sviluppati, o invecchiati o malati, malformati, ecc.. Purtroppo però questi interventi si praticano con frequenza, anzi, periodicità, a carico del verde pubblico, come allo scopo di soddisfare non una effettiva necessità per le piante, ma per le amministrazioni o l’utenza, eseguendo una sorta di “ordine e pulizia”, forse per manifestare l’attenzione da parte degli amministratori nei riguardi del cittadino e della sua incolumità.

E nel tentativo di rendere queste pulizie più evidenti e risolutive, più si tende a farle energiche, quindi traumatiche  e devastanti per le piante. E’ il caso questo di operazioni quali la scalvatura, la capitozzatura, la svettatura e la sgamollatura. Le prime tre consistono nell’eliminazione di buona parte della chioma, tra cui la cima dell’albero, mediante tagli più o meno drastici. La sgamollatura consiste invece nell’eliminazione dei rami laterali, rispettando però la cima della pianta. La capitozzatura è una pratica che appartiene alla nostra tradizione agraria: pioppi, salici, gelsi, ecc., (piante agrarie), venivano o vengono così allevati, “a capitozza”, allo scopo di produrre pali e fascine e contemporaneamente limitare l’ombreggiamento e la competizione con le culture principali. Non si dovrebbe però mai eseguire su piante ornamentali, allevate appunto per fornire ornamento, ombra e molteplici altri benefici, in cui è determinante la buona salute delle stesse. Per questo va conservata la cosiddetta “dominanza della gemma apicale”, cioè l’azione di regolazione ed equilibrio sulla chioma, esercitata dalle gemme poste all’apice dei rami principali o della “freccia”. Nella potatura di riforma, così come in altri interventi il cui obiettivo sia quello di riequilibrare la parte aerea delle piante, è condizione indispensabile il ripristino della dominanza apicale, cioè della cima dell’albero.

La capitozzatura, la scalvatura e la svettatura vanno quindi eventualmente sostituite con la potatura a “tutta cima”, riducendo cioè la chioma ma mantenendone la cima e la forma, praticando dei “tagli di ritorno”.

Il taglio di ritorno consiste nel recidere una branca o un ramo in corrispondenza di un’altra branca o di un altro ramo o di una gemma. Ciò è di estrema importanza in quanto così facendo si sostituisce la dominanza apicale, senza creare monconi, che disseccherebbero e costituirebbero sicuramente focolai di infezione per le parti a contatto.  Il flusso linfatico, reso possibile dalla presenza di una branca o di un ramo o di una gemma di sostituzione, permette così alla ferita di cicatrizzare, (effetto “tira linfa”). 

Tornando a sottolineare l’inopportunità della comune capitozzatura), va ricordato che le piante a volte reagiscono, (a seconda anche dell’incidenza dei tagli, del momento, ecc.), con un certo vigore e generosità. Da qui forse la diffusa ed errata convinzione che la potatura rinvigorisca, rafforzi la pianta; ma certi accanimenti restano comunque incomprensibili.

La risposta vegetativa dell’albero capitozzato è una produzione di numerosi e vigorosi rami, male inseriti, quindi male ancorati, uno stress vegetativo a cui consegue un rapido invecchiamento. Disseccamenti e processi di carie sono inevitabili, così come le possibilità di schianti di branche o rami. Diviene così necessario intervenire frequentemente, per risanare, per ridimensionare o per scongiurare pericolose cadute. Non mancano però le possibilità di rimediare, qualora il danno non sia del tutto irreparabile, intervenendo con pazienza, oculatezza e frequenza, nel corso di alcune annate.

 

Le operazioni di potatura si possono distinguere in due tipi di interventi

1) tagli per asportare branche o rami;

2) tagli di raccorciamento.

Appartengono al primo tipo d’interventi le potature di contenimento, di risanamento, di ringiovanimento o di riformazione della chioma che si praticano alle specie, caducifolie sul “secco”, cioè durante il periodo di riposo invernale.

I tagli di raccorciamento vengono distinti a seconda che si pratichino su branche o su rami, o che interessino parti verdi della pianta (cimatura e infrangimento). In questi ultimi casi vengono definiti “potatura verde”, in quanto eseguiti durante la fase vegetativa, spesso su parti di pianta non del tutto lignificate.

La teoria “codit”

Le piante sono in grado di isolare, assediando e compartimentando, le proprie cellule malate. Questo secondo la Teoria “CODIT”.  Si tratta di una teoria che in parte rivoluziona quanto finora creduto a proposito della dendrochirurgia.

E’ stata formulata dallo statunitense prof. Alex Shigo, in seguito ad anni di ricerche e osservazioni su migliaia di sezioni di tronchi e rami di specie arboree diverse. Quanto viene enunciato da questa teoria è stato ampiamente dimostrato e accettato, anche se però ancora poco conosciuto in Italia e quindi  scarsamente considerato ed applicato. I concetti fondamentali sorgono dalla dimostrazione delle peculiari capacità che le piante possiedono, di reagire alle forze esterne e alle infezioni. (CODIT deriva da: Compartimentalization Of Decay in Trees, traducibile in: compartimentazione della carie degli alberi).  Gli alberi non possono riparare i danni, ma difendersi finché possibile, isolando il danno mediante una compartimentazione.  Secondo Shigo, esistono quattro barriere di difesa che le piante arboree possiedono o mettono in atto al momento dell’infezione.

La prima barriera protettiva è di natura chimico-anatomica ed entra in atto appena avvenuta l’infezione. E’ una difesa relativamente debole, che la pianta esercita occludendo i vasi conduttori (trachee per le latifoglie, tracheidi per le conifere). In questo modo s’impedisce la diffusione verticale dei patogeni. Contemporaneamente le cellule della pianta sono in grado di metabolizzare prodotti con potere germicida e fungicida (acidi gallico e tannico, fenoli), agendo quindi chimicamente sui patogeni.

La seconda difesa, di natura chimica, è presente nella pianta ancor prima dell’infezione. E’ più robusta della precedente e consiste nell’impedire la diffusione dell’infezione verso l’interno della pianta, opponendosi tramite le cerchie annuali di accrescimento.

Anche la terza barriera, come la precedente, è una barriera chimica, ma molto robusta ed efficace. In questo caso sono i raggi parenchimali ad opporsi alla diffusione dell’infezione, nel senso laterale.

Del tutto diversa è l’ultima barriera, detta anche “barrier zone”, la più efficiente e che, come la prima, insorge appena avvenuta l’infezione. Consiste nella creazione di una protezione di natura fisiologica, d’isolamento al legno infetto.  Sono le cellule del cambio, (il sottilissimo strato di cellule meristematiche, posto sotto la corteccia e responsabile della crescita in larghezza della pianta), che producendo legno nuovo, accerchiano la parte infetta. (E’ evidente qui il contrasto fra questa teoria e quanto affermato, invece, nella” vecchia” dendrochirurgia: in essa si raccomanda di ripulire ferite e parti infette fino al legno sano. Ma così facendo verrebbe ad essere intaccato il cambio e quindi  compromessa la possibilità della pianta di reagire con la barrier zone, producendo legno nuovo).

Le piante quindi non guariscono, ma compartimentano, sistemando ogni anno cellule nuove in nuove posizioni e sviluppando, a ogni stagione vegetativa, un nuovo albero sul vecchio. Lo testimoniano esemplari di alberi secolari, o addirittura millenari, magari contorti e cavi ma, di fatto, potenzialmente immortali, proprio perché capaci di rinnovarsi, di “costruirsi sopra”. 

Tutte queste difese naturali risultano tanto più efficienti ed efficaci per la pianta, quanto più essa si trova nelle condizioni vegetative e sanitarie ottimali. I meccanismi difensivi, inoltre, vanno a discapito dei livelli energetici. L’albero urbano è spesso stressato e debole. Per questo è importante cercare di migliorare le condizioni di vita della pianta, aiutarla ad aumentare i naturali sistemi difensivi, o almeno a non deprimerli, con traumi frequentemente rappresentati proprio dalle potature drastiche e mal fatte.

Piante ornamentali

Arbusti
 

(da: l’Ambiente, il Paesaggio, il Giardino” - G. Nalin)

 

BIBLIOGRAFIA

P.H. BRIDGEMAN: MANUALE DI CHIRURGIA DEGLI ALBERI

F. MINARDI FAZIO: LA POTATURA COME QUANDO PERCHé

F.AGOSTONI- C.M.MARINONI: MANUALE DI GESTIONE DI SPAZI VERDI - Zanichelli

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AA.VV.: VERDE PUBBLICO - Reda

AA.VV.: SPAZI VERDI PUBBLICI E PRIVATI - Hoepli

A. CHIUSOLI: GIARDINAGGIO SENZA PROBLEMI - Selez. Readers’ Digest

AA.VV.: LA POTATURA DEGLI ALBERI ORNAMENTALI NEI LUOGHI PUBBLICI - Edagricole

G. OELKER: LE FORBICI DEL GIARDINIERE - Edagricole

E. MICHAU: L’ELAGAGE - LA TAILLE DES ARBRES D’ORNEMENT - Inst. pour le Développement Forestier, Paris

A.A.VV.: MANUALE PER TECNICI DEL VERDE URBANO – Città di Torino

 

GIOVANNI NALIN socio AIAPP - esperto del verde per VIVAI GHELLERE

 

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